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"Un Grand Tour tra Baden e Alsazia (2/4)
- il Baden del Dr Heger e Andreas Laible -"

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Dell’enologo dell’azienda Dr Heger non si può dir altro che è un “teorico della barrique”, e l’espressione vuole essere elogiativa. Molti dei vini di tale azienda hanno un passaggio (in fermentazione e/o maturazione) in tale vaso vinario, pur senza che diventino “schiavi” e/o si appiattiscano sui cosiddetti sentori di “vino del falegname”. Ma andiamo per ordine. Di grande interesse sono apparsi tutti i Pinot Bianco, nei quali l’imprinting caratteristico era quello della fresca mineralità affiancata da sentori di pesca a polpa bianca. Di particolare interesse è apparso un Pinot Bianco auslese secco del 2004 (14,5% di alcool), fermentato in barrique, ove la mineralità è apparsa tutta contornata da note di erbe aromatiche e da una bella vena agrumata. Sylvaner e Riesling, pur buonissimi, non hanno lasciato ricordi indelebili, tali da sopravanzare le scarne note di degustazione. Un maggior ricordo lo ha lasciato un ottimo Pinot Grigio del 2003, secco (14%), maturato 9 mesi in barrique, dotato di un corpo notevole e di imponente sapidità. Un discorso a parte merita il Pinot Nero. Su questo vitigno, ovvero su alcuni dei suoi biotipi, il “teorico della barrique” ha scatenato la sua offensiva. Innumerevoli sono stati gli assaggi in botte di prodotti che variavano solamente per la provenienza del legno delle barrique (Allier, Troncais, Never, ma mai Limousin, "merrain" ritenuto a grana troppo grossa, e conseguentemente troppo grossolano nei sapori/sentori in grado di cedere). Il pinot nero di maggiore caratura degustato è stato sicuramente il Mimus 2000 (13,5%), nel quale il classico riconoscimento di lamponi si arricchiva di tutta una miriade di ulteriori sentori di piccoli frutti di bosco, avvolti da note di peonia rossa e sentori balsamici. In bocca appariva di bella freschezza e sapidità, lunga persistenza ed importante corredo tannico. Dal complesso delle degustazioni l’azienda Dr Heger appare quindi come un trait d’union tra lo stile tedesco (tutto improntato ad una genuina e fresca proposizione di sentori/sapori) e lo stile alsaziano/francese, ove i concetti di complessità gusto/olfattiva e di finezza trovano i loro massimi epigoni. Ciascuno può trovare tra i vini di tale azienda il “suo” vino, quello che mediamente meglio si adegua ai propri personali canoni gusto/olfattivi. Ciò è un bene? Ai posteri (ovvero ai lettori ed attenti degustatori) l’ardua sentenza.

Di tutt’altra cifra stilistica l’azienda Andreas Laible. Stile tedesco in toto: orgogliosa proposizione di freschezza, nessuna volontà di “ammordibire” facendo svolgere la malolattica, la barrique ritenuta solamente (magari segata a metà) un ottimo vaso per la presentazione di fiori. Esagero, ovviamente, ma spero che l’ultima iperbole risulti efficace e sufficientemente evocativa del solco che davvero divide la cifra stilistica di questa azienda dalla precedente. Il vino che maggiormente ha impressionato in tal senso, non per l’intrinseca eccelsa qualità, ma per il fatto che anch’esso perseguisse gli stilemi citati, è stato uno Chardonnay del 2005 (prodotto in appena 1500 bottiglie) di straripante freschezza ed agrumata fruttosità, che sfido chiunque a riconoscere come tale in una degustazione cieca. Ma le perle di questa azienda sono due: la prima è un ottimo Eisweine del 2004, raccolto a fine novembre - inizi di dicembre, quando vi erano circa 10/12 °C sotto zero, nel quale l’albicocca la fa da padrona; la seconda perla è uno strepitoso Scheurebe (incrocio tra sylvaner e riesling) beerenauslese del 2002 di straordinaria complessità gusto/olfattiva e grassezza, al quale mi riprometto di dedicare una specifica scheda di recensione. Azienda a conduzione familiare, nella quale il concetto di “lavoro” come “impegno faticoso” è ben chiaro, basta guardare i vigneti a rittocchino che precipitano dall’alto della collina circostante sin quasi nel cortile, e che nel cortile depositano i detriti trascinati da ogni pioggia. Da Andreas Laible si può veramente trovare/gustare la tradizione. I suoi Riesling, Pinot Bianco, Grigio e Nero sono veramente "vini di terroir", molto lontani da una qualsivoglia ipotesi di vino omologato e/o internazionale. Realizzati, inoltre, in un contesto di ottima tecnica di cantina; infatti mai alcun sentore/sapore estraneo si è permesso di disturbare le degustazioni effettuate. Peccato che i vini di questa azienda non vengano importati in Italia, anche in considerazione dell’ottimo rapporto qualità/prezzo di cui possono fregiarsi.

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